Alexander Stille, su la Repubblica di oggi, citando Richard Martin (“ex-procuratore dell’ufficio federale di New York ed ex-collaboratore di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in vari importanti processi di mafia”), evidenzia quanto sarebbe improponibile negli USA il tentativo del governo Berlusconi di limitare la possibilità di indagine mediante intercettazioni telefoniche.
Ma la cosa che mi preme di più segnalare è il ragionamento di Stille sul valore morale e, di conseguenza, politico della trasparenza garantita in America all’iniziativa della stampa. Cito dall’articolo: “Già la legge italiana tratta in maniera differente i politici rispetto ai normali cittadini (…) Aggiungere barriere ulteriori per indagare sui politici, in un momento in cui la corruzione sta dilagando, manda il segnale sbagliato: che la casta non si tocca, si autoprotegge con qualsiasi mezzo. ‘La corruzione è il crimine più deleterio nelle democrazie’, dice Martin, ‘distrugge la fiducia che i cittadini hanno nel sistema. Davanti a casi diffusi di corruzione il cittadino si sente autorizzato a non dare informazioni alla polizia e a non pagare le tasse’ “.
Aggiunge poi, con una sintesi strepitosa: “Il sistema americano si basa sul presupposto che ‘il sole è il migliore disinfettante’ cioè che (i) misfatti muoiono più facilmente sotto la luce del sole”.
Ieri, su fb, mi sono limitato ad una laconica segnalazione del fatto. Oggi vorrei tornarci su seppur brevemente. Partendo dalle categorie bioniane di ‘contenitore’ e di ‘contenuto’, rappresentate dal simbolo di ‘femminile’ (♀) e di ‘maschile’ (♂), Luigi (Gino) Pagliarani ha elaborato ne Il coraggio di Venere (Raffaello Cortina 1985) una concezione della ‘bisessualità’, intesa come necessaria compresenza, all’interno della personalità di ogni essere umano, di tratti maschili e femminili (coraggio, fermezza, sensibilità, compassione ecc. ecc.); bisessualità che è alla base sia della ricchezza umana di ogni individuo, sia della possibilità di incontro e di costruzione di relazioni arricchenti, dinamiche e non riduttivamente statiche (ad esempio, ‘tutta la forza nell’uomo, tutta la gentilezza nella donna’). Di qui l’idea che mi è venuta appena ho visto la notizia e poi le foto di Barack Obama in lacrime ai funerali della 98enne Dorothy Height, combattente per i diritti civili dei neri americani; e che tra le ragioni del fascino del presidente americano e di sua moglie vi è quella della loro così moderna capacità di superare gli stereotipi dei ruoli: belli, alti e sicuri di sé entrambi, certo; ma anche capaci e disponibili a riconoscere all’altra/o il diritto di comportarsi diversamente da quanto il ruolo sociale richiederebbe/imporrebbe; nelle foto di ieri, in particolare, mi colpisce che Michelle osserva, sorveglia, accoglie la fragilità del marito; e lo fa senza compiacenza, condiscendenza o imbarazzo. A Gino l’esempio sarebbe piaciuto moltissimo e, ne sono certo, l’avrebbe riproposto, utilmente, in qualche conversazione o docenza.
La lettura de la Repubblica di oggi offre altri stimoli utili.
Segnalo l’articolo di Curzio Maltese sul significato della posizione di Gianfranco Fini nella destra italiana.
E quello dello storico Guido Crainz sulle ragioni della crisi della sinistra che, dal dopoguerra in poi, ha mancato ad ogni appuntamento della storia, non comprendendo la natura delle sfide e riproducendo costantemente schemi vecchi (e già in passato inadeguati).
Domanda: non è il caso di ripartire da queste questioni? Altrimenti l’agire è privo di senso (come quei piccoli animali in gabbia che rincorrono la propria coda da mattina a sera…
Per fortuna che, nella deprimente quotidianità in cui siamo immersi, ci sono voci come quella di Michele Serra, di Ilvo Diamanti, o del comiantissimo Edmondo Berselli. Si veda ad esempio “L’amaca” su la Repubblica di questa mattina sulle ragioni dell’apparentemente incontenibile “rozzismo” della Lega che “ha avuto una sua forza propulsiva”, “ha il pregio di confermare i deboli nella loro debolezza e i subalterni nella loro subalternità, consolandoli. Ma ha un difetto insormontabile: non può reggere a lungo il cozzo con la realtà sociale, culturale e materiale.”
Ci sarebbe spazio per quella che un tempo si chiamava la “battaglia culturale”. Perché coloro che sono più intelligenti di noi non li ascoltiamo, almeno finché sono vivi?
“Il paese in cui si tratta ancora una malattia come una vergogna è un paese di cui vergognarsi.”
“Un’altra volta, con la consueta prontezza, la Lega approfitta delle difficoltà del premier imponendogli la sua egemonia culturale.”
Due frasi, prese dalla stessa pagina, la numero 37, de la Repubblica di sabato 14 novembre 2009: Adriano Sofri, “Caso Cucchi, sono tutti colpevoli”; Gad Lerner, “Ultimo scempio sugli immigrati”.
La morte di Gino Giugni, per tutta la vita socialista, vero riformista (in un tempo in cui l’aggettivo risultava per molti motivo di contraddizione - non si dimentichi l’attentato che subì dalle Brigate Rosse), avviene, per una coincidenza beffarda, in un momento in cui sembra al tramonto (con la grave sconfitta della SPD tedesca) un’idea di sviluppo e di progresso guidato dalle forze organizzate del lavoro.
Quale riformismo è oggi possibile in una società frantumata (tanti Io irriducibili l’uno all’altro), in cui le rappresentazioni sociologiche tradizionali (classi, ceti…) si dimostrano logore, le forze di sinistra sembrano volersi appiattire a tutela di ciò che resta di quelle rappresentazioni (i pochi garantiti, i pensionati…) e la destra fa suoi, deformandoli, concetti e parole del pensiero riformista (incentivi all’occupazione, norme di legge a sostegno della partecipazione dei lavoratori agli organi di controllo delle aziende)?